C’è un dato che meriterebbe molta più attenzione di quella che normalmente riceve, nascosto com’è in quelle pubblicazioni statistiche che raramente conquistano i titoli dei giornali: nel 2024, le industrie dell’Unione Europea hanno venduto prodotti ad alta tecnologia per un valore di 414 miliardi di euro.
Il dato, pubblicato da Eurostat nell’edizione 2026 di Key Figures on European Business, non rappresenta soltanto una cifra considerevole. È una fotografia del peso economico che l’Europa conserva in un mondo sempre più caratterizzato dalla competizione tecnologica e, allo stesso tempo, solleva interrogativi sulla presenza europea proprio nei settori in cui si sta decidendo il futuro dell’economia globale.
La forza tecnologica europea nasce da un ecosistema diffuso di imprese, ricerca, competenze e innovazione che contribuisce alla competitività e alla sovranità tecnologica dell’Europa.
Per comprenderne il significato, bisogna partire dalla composizione di quei 414 miliardi di euro. Il settore farmaceutico rappresenta il 29,1% del totale, risultando di gran lunga la categoria principale. Seguono elettronica e telecomunicazioni, con il 23,1%, e gli strumenti scientifici, con il 20,8%. Tutte le altre categorie, tra cui computer e macchine per ufficio, aerospazio e armamenti, contribuiscono ciascuna per meno del 10%, mentre armi e attrezzature per la difesa chiudono la classifica con appena l’1,1%.
Dove si concentra la forza tecnologica europea
Letti senza filtri, questi numeri descrivono un continente che ha costruito la propria identità high-tech sulla forza dell’industria farmaceutica, sugli strumenti di precisione e su una porzione relativamente limitata della produzione elettronica, piuttosto che sui semiconduttori, sulle infrastrutture per l’intelligenza artificiale e sull’elettronica di consumo, oggi tra i settori a più rapida crescita dell’economia tecnologica globale.
È significativo che gli armamenti, un settore oggi al centro di una crescente attenzione politica e finanziaria a Bruxelles e nelle capitali nazionali nel quadro del dibattito sul riarmo, rappresentino ancora la componente più piccola della produzione europea ad alta tecnologia. Qualunque siano gli sviluppi in corso sul fronte della politica industriale della difesa, questi non hanno ancora modificato la struttura di fondo di ciò che l’Europa effettivamente produce e vende.
Il tema è più rilevante di quanto possa apparire, perché il commercio globale di prodotti high-tech è diventato uno dei terreni su cui si gioca la principale competizione economica del XXI secolo.
I dati più recenti sul commercio internazionale indicano che nel 2025 le esportazioni globali di prodotti ad alta tecnologia si sono avvicinate ai 5.000 miliardi di dollari, crescendo a un ritmo diverse volte superiore rispetto al commercio mondiale nel suocomplesso, trainate soprattutto dallo sviluppo delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale.
Cina e Stati Uniti hanno consolidato la loro posizione come le due principali potenze mondiali nell’export high-tech, ciascuna facendo leva su punti di forza differenti. La Cina è sempre più dominante nei chip, nelle apparecchiature per le telecomunicazioni e nell’elettronica di consumo, mentre gli Stati Uniti stanno crescendo rapidamente grazie alla domanda legata all’IA e ai data center. Entrambe le economie stanno aumentando il proprio vantaggio proprio nei settori in cui la produzione high-tech europea risulta meno sviluppata.
Un’Europa forte nell’export, ma dipendente nelle tecnologie di frontiera
I dati commerciali dell’UE confermano questo quadro da un’altra prospettiva. Negli ultimi anni, la Cina ha generalmente rappresentato il principale fornitore delle importazioni europee di prodotti high-tech, soprattutto nel campo dell’elettronica e delle apparecchiature per le telecomunicazioni. Gli Stati Uniti, invece, sono rimasti la principale destinazione delle esportazioni europee ad alta tecnologia, trainate in particolare dal settore farmaceutico.
Il modello è coerente con quanto mostrano i nuovi dati Eurostat: l’Europa esporta ciò in cui eccelle, come farmaci e strumenti di precisione, mentre importa una parte significativa delle tecnologie che oggi definiscono la frontiera dell’innovazione.
Non si tratta di una crisi, ma di un segnale strutturale che non è passato inosservato ai decisori europei. Il dibattito avviato dal rapporto di Mario Draghi sulla competitività europea del 2024 si è concentrato anche su questo aspetto: misurare la forza tecnologica dell’Europa esclusivamente attraverso i volumi delle esportazioni può risultare fuorviante, perché l’Unione spesso si specializza in settori nei quali registra buone performance commerciali ma non necessariamente un corrispondente vantaggio in termini di produttività, e viceversa.
Questo, tuttavia, non significa che l’Europa stia perdendo terreno su tutti i fronti.
Il settore farmaceutico rimane un autentico punto di forza europeo, sostenuto da imprese ad alta intensità di ricerca e da un ecosistema normativo che, nonostante le critiche sulla sua rapidità, ha contribuito alla nascita di farmaci e vaccini competitivi a livello globale. Anche gli strumenti scientifici, dalle tecnologie di misurazione di precisione alle apparecchiature di laboratorio che supportano settori che vanno dalla scienza dei materiali alla diagnostica clinica, rappresentano un’eccellenza europea meno visibile, spesso oscurata da comparti tecnologici che attirano maggiormente l’attenzione.
Inoltre, la crescita europea delle esportazioni high-tech nell’ultimo anno è stata sostenuta in parte dall’aerospazio, dall’aviazione e dal settore farmaceutico. I vantaggi competitivi dell’Europa, pur essendo più circoscritti rispetto al passato, rimangono quindi concreti e non stanno semplicemente scomparendo in ogni settore.
La vera sfida: trasformare la capacità di innovazione in leadership tecnologica
La composizione evidenziata dai nuovi dati dovrebbe però stimolare un confronto realistico, più che rassicurante. L’European Innovation Act e le diverse iniziative ad esso collegate nascono proprio dalla consapevolezza, a Bruxelles, che sarà la capacità di innovare, e non soltanto il valore delle esportazioni, a determinare la posizione dell’Europa nell’economia tecnologica del futuro.
La questione è capire se nel 2035 il settore high-tech europeo avrà una struttura sostanzialmente diversa rispetto a quella del 2024 oppure se continuerà a concentrarsi sulle stesse categorie, mentre la competizione globale sui semiconduttori, sull’hardware per l’intelligenza artificiale e sull’elettronica avanzata continuerà a svilupparsi prevalentemente altrove.
414 miliardi come punto di partenza, non di arrivo
I 414 miliardi di euro, in altre parole, non sono semplicemente un dato da celebrare o da considerare con preoccupazione. Sono uno specchio. Mostrano un Unione Europea tutt’altro che marginale nel panorama tecnologico globale, ma le cui eccellenze si concentrano in settori che, per quanto preziosi, non sono quelli che oggi stanno ridefinendo gli equilibri del potere tecnologico mondiale.
La possibilità che questo scenario cambi dipenderà meno dalle statistiche commerciali e molto di più dalle scelte di politica industriale che i governi europei e la Commissione Europea adotteranno nei prossimi anni: dalla capacità produttiva nei semiconduttori alle infrastrutture per l’intelligenza artificiale, fino alla volontà politica di finanziarle su una scala paragonabile a quella già raggiunta dai principali competitor globali.
I dati degli statistici di Lussemburgo continueranno ad arrivare ogni anno. Ciò che ci racconteranno la prossima volta, per ora, rimane una domanda aperta.