Secondo i dati pubblicati da Eurostat (l’ufficio statistico dell’Unione europea), nel 2025 poco più della metà della popolazione europea (circa il 60%) possiede competenze digitali almeno di base.
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Dato confermato anche dal recentissimo Rapporto sullo stato del Decennio Digitale 2026 della Commissione europea, secondo il quale nel 2025 il 60,4% della popolazione dell’Unione tra 16 e 74 anni possiede competenze digitali almeno di base, contro l’obiettivo dell’80% fissato per il 2030. Un obiettivo ritenuto necessario per poter affermare l’effettiva riduzione del divario digitale.
Cosa è il divario digitale
Il divario digitale può essere definito come l’insieme delle vulnerabilità che separano chi ha un accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione da chi ne è privo, oppure non riesce a utilizzarle in modo pieno, sicuro ed efficace.
Il divario digitale non coincide più soltanto con la mancanza di connessione o di dispositivi. Riguarda, sempre di più, la possibilità concreta di usare le tecnologie in modo sicuro, autonomo e utile, trasformandole in diritti effettivi, servizi accessibili e opportunità reali di partecipazione sociale.
Le quattro fratture del divario digitale
Nel processo di transizione in atto è fondamentale capire chi riesce davvero ad accedere e a stare dentro il nuovo ecosistema digitale e chi, invece, rischia di restarne escluso. Il fenomeno può essere letto attraverso quattro fratture che attraversano la società contemporanea.
La prima è
generazionale, perché non tutte le fasce d’età dispongono delle stesse opportunità di alfabetizzazione e accompagnamento. Molti cittadini, in particolare anziani, incontrano difficoltà nell’utilizzare i servizi online in autonomia, nel navigare in sicurezza e nel valutare correttamente le informazioni.
La seconda è
territoriale, poiché la qualità dell’accesso cambia a seconda del luogo in cui si vive: molti territori, soprattutto aree interne, montane e periferiche sono spesso soggetti a ritardi infrastrutturali.
La terza è
sociale e culturale e richiama il peso del reddito, dell’istruzione e del capitale culturale nell’uso effettivo delle tecnologie. Chi dispone già di maggiori risorse usa il digitale per migliorare lavoro, salute, formazione e partecipazione. Chi parte da una condizione di svantaggio rischia invece di restare fermo, in un circuito in cui esclusione sociale ed esclusione digitale si rafforzano reciprocamente.
La quarta, infine, è
funzionale: anche in presenza di connessione e competenze minime, molti cittadini si scontrano con servizi poco intuitivi, procedure complesse e interfacce non realmente accessibili.
I principali strumenti di contrasto al divario digitale
La digitalizzazione non può limitarsi a trasferire online procedure già complesse, ma deve ridisegnare i servizi a partire dai bisogni delle persone. Per questo il contrasto al divario digitale richiede strumenti strutturali quali investimenti in infrastrutture, rafforzamento delle competenze, regole sull’accessibilità e una progettazione dei servizi pubblici che non scarichi sul cittadino il peso della complessità amministrativa.
In questo quadro si collocano alcuni riferimenti strategici. Il
Programma del decennio digitale europeo individua quattro assi di lavoro fondamentali: competenze, infrastrutture, digitalizzazione delle imprese e servizi pubblici digitali. L’
European Accessibility Act ribadisce che prodotti e servizi devono essere progettati in modo da non generare discriminazioni. Il
DigComp 3.0 offre un quadro di riferimento per definire le competenze necessarie a vivere il digitale in modo sicuro, critico e responsabile. Il
principio dell’unicità dell’invio afferma un punto decisivo: i cittadini non devono continuare a fornire dati e informazioni già detenuti dalle amministrazioni, che devono invece scambiarseli tra loro mediante interoperabilità. Significa meno documenti da recuperare, meno passaggi inutili, meno burocrazia a carico delle persone, soprattutto di quelle più fragili.
Gli impatti dell’intelligenza artificiale sui cittadini fragili
A rendere il quadro ancora più complesso interviene oggi l’intelligenza artificiale. Le sue potenzialità sono evidenti: personalizzazione dei servizi, automazione, supporto all’accessibilità, maggiore capacità di risposta. Tuttavia, senza adeguate garanzie, l’IA può anche amplificare le disuguaglianze esistenti. Può richiedere competenze più elevate, generare nuove barriere economiche, produrre discriminazioni e penalizzare proprio i cittadini più vulnerabili. Per questo la sua diffusione deve essere valutata in termini di performance tecnologica, equità, trasparenza e tutela delle fragilità.
La vera misura del progresso digitale è saper coniugare l’introduzione delle nuove tecnologie con la capacità di aumentare l’inclusione. Infrastrutture, competenze, accessibilità, interoperabilità e responsabilità pubblica devono procedere insieme. Solo così il digitale può diventare uno strumento di cittadinanza piena e non un nuovo fattore di esclusione.